“Sgridare” non è mail la scelta giusta, trovare un’alternativa si!
Spesso mi capita di accogliere pazienti davvero terrorizzatə, timorosə di essere giudicatə, anzi, sgridatə da me. Sembra assurdo ma succede spesso, e in questo articolo vorrei affrontare l’argomento: capire perché i/le pazienti temono di essere sgridatə dal medico/dalla medica e quali approcci alternativi possono evitare tale disagio e far comprendere che “una sgridata” non è mai la soluzione giusta.
Moltissimə pazienti si sentono colpevoli in relazione ad un disturbo o ad una malattia. Considerano ogni problema del loro corpo come la naturale conseguenza dei loro comportamenti e si giudicano in modo severo.
Questa severità, questa mancanza di comprensione e compassione verso se stessə, a volte, è davvero complessa da gestire. Ciò nasce dal fatto che, nel nostro percorso di crescita, è molto difficile che qualcuno ci insegni ad essere gentili con noi stessə. Ovviamente, non è per tuttə così ma, in generale, nella nostra società non si promuovono adeguatamente concetti come l’auto-gentilezza e l’auto-compassione.
Sicuramente ci si è concentrati molto sull’autostima, che è un aspetto importantissimo per l’individuo ma, forse, c’è un livello ancora più radicale e personale, che non ha bisogno di riferimenti esterni, né obiettivi da raggiungere. Si tratta dell’amore, del rispetto, della compassione che possiamo provare per noi stessə indipendentemente da ciò che facciamo o non facciamo. Mi riferisco ai termini che utilizziamo per descriverci, le punizioni che ci auto-infliggiamo, il giudizio spietato che riserviamo alle nostre azioni.
Vedo pazienti che arrivano con la pelle bruciata e mi dicono “lo so dottoressa che è colpa mia, e adesso mi sgriderai”; oppure, persone che non hanno seguito lo schema terapeutico che ho assegnato loro affermare “lo so dottoressa, adesso mi sgriderai perché non sono migliorata”.
Ma perché questi timori? Perché così di frequente?
Come accennavo prima, c’è, da una parte, una cultura del giudizio e dell’auto-giudizio molto severa e, dall’altra, poca cura del rapporto che costruiamo con noi stessə. Le persone pretendono moltissimo da se stesse e tendono a considerare giusti e normali i comportamenti correttivi da parte di altrə.
Ma c’è anche il fatto che il rapporto medicə-paziente è ancora inserito in una cornice paternalistica, dove il medico/la medica assume una posizione indiscutibile, di privilegio e di poter, quasi sacra. Diventa il detentore/la detentrice della verità, è colui/colei che sa tutto e quindi deve essere sempre ascoltatə e ubbiditə.
Poi, ci sono anche altri fattori che possono portare alcunə medicə ad avere comportamenti bruschi e interazioni tese: lo stress, la mancanza di tempo, la pressione lavorativa, la frustrazione e il senso di impotenza, una mancanza di formazione sulla comunicazione…
Tutto vero, ma non sono giustificazioni! Del resto, chi/cosa mi arroga il diritto di sgridare qualcunə?
Sono una medica, il mio ruolo nei confronti dei/delle pazienti è quello di ascoltare, indagare, informare, prescrivere indagini diagnostiche e, poi, consigliare la terapia che reputo più adatta, in base alla mia formazione e al mio approccio terapeutico.
Consigliare… non imporre.

Bisogna sempre ricordarsi che la medicina non è una scienza esatta e nessunə di noi ha la verità in tasca; non è detto che il mio consiglio sia l’unico possibile e che conduca sicuramente al risultato sperato.
Inoltre, la terapia e il percorso diagnostico sono compiti del/della paziente; la fiducia e la precisione con cui una persona segue il proprio percorso, non è un dovere nei miei confronti ma qualcosa che fa per se stessa. Infatti, se il/la paziente non rispetta un certo iter, a subirne le conseguenze non sono io, ma lui/lei. E lo stesso vale se viene imposto uno schema non adatto e non rispettoso dei suoi bisogni.
Riporto un esempio pratico e semplice che può aiutare a riflettere.
Una paziente desidera trascorrere tutti i week end al mare con la sua famiglia, giocare con i suoi bambini in spiaggia e abbronzarsi un po’ per ottenere un colorito che rispecchi maggiormente le sue esigenze estetiche.
L’obiettivo della dermatologa è di evitare che alla paziente venga un tumore della pelle.
C’è un livello ideale, la prescrizione apparentemente perfetta che la dermatologa consiglia in prima battuta:
- mezz’ora prima di uscire, e ogni 2 ore, o dopo ogni bagno in mare, applicare 30 grammi di latte solare spf50+;
- restare all’ombra di un muro o in un ambiente chiuso tra le 13 e le 16 (l’ombrellone non è un dispositivo adeguato in quanto generalmente il tessuto di cui è composto filtra comunque i raggi solari; inoltre, la sabbia fa da specchio e, quindi, i raggi possono arrivare anche dal basso);
- indossare un cappello a falde larghe, gli occhiali da sole e il costume in tessuto anti raggi UV.
C’è, poi, il livello del reale, ciò che davvero riguarda la paziente, i suoi bisogni e le sue esigenze. Infatti, alla visita di controllo dopo un mese, la paziente riferisce che non riesce a seguire tutte le indicazioni:
- la crema spf50+ è troppo densa e non riesce a spalmarla bene, inoltre, ha un profumo che non piace al suo bambino più piccolo che, per questo motivo, non vuole più fare il pisolino accoccolato a lei, privandola di un momento intimo per lei importante;
- indossa senza problemi cappello e occhiali, ma non è riuscita a trovare un costume in tessuto anti UV che le piacesse;
- non gradisce fare la pausa pranzo al chiuso perché sarebbe costretta ad andare al bar ma c’è la musica troppo alta, quindi, rimane sotto l’ombrellone.
A questo punto, la dermatologa cosa deve e può fare? Arrabbiarsi? Sgridarla perché non esegue gli ordini?
No. Deve e può ascoltare, comprendere e immedesimarsi così da trovare una soluzione alternativa. In questo modo, si struttura una nuovo percorso:
- per il fototipo della paziente in questione, possiamo optare anche per un latte solare spf30, da applicare abbondantemente e frequentemente (30 grammi ogni due ore circa o dopo ogni bagno). La differenza di filtraggio tra spf50+ e spf30 è del 2%, quindi, se la crema è applicata abbondantemente, protegge comunque dai tumori della pelle e la paziente è più agevolata perché il latte solare spf30 è più spalmabile e, acquistandone uno senza profumo, riusciamo anche a recuperare il pisolino con il bimbo;
- possiamo cercare un bagno che sia provvisto di ombrelloni in tessuto UV, oppure, acquistarne uno e andare in spiaggia libera; così, la paziente rimarrà protetta durante le ore calde e il pranzo senza dover stare al chiuso;
- l’auto controllo dei nevi può diventare un gioco da condividere con i bimbi: sarà divertente contarli insieme e rifare la conta dopo tre mesi così che, se dovesse spuntare un nevo nuovo, la paziente potrà venire subito in ambulatorio a farmelo vedere.
Questo percorso alternativo ha come obiettivo sia la salute della paziente, sia la sua qualità della vita. Le vie per raggiungere un equilibrio tra questi due aspetti possono essere tante e il mio ruolo è quello di aiutarti a trovare la più adatta, quella che si inserisce con armonia nella tua vita.
Di certo, la soluzione non è sgridarti! Più interessante, invece, è capire perché non sei riuscitə a seguire un certo schema, oppure, quali ragioni profonde ci sono dietro a determinati comportamenti, gesti, accanimenti nei confronti della tua pelle (di questo aspetto ne parlo anche QUI).
Insomma, ci sono tante alternative alle severità che ci auto infliggiamo o che i medici/le mediche pensano di dover applicare ai pazienti/alle pazienti.
Ti è mai capitato di aver paura di essere sgridatə?


0 commenti