Volere è potere? Decostruire un mito.

14/04/2025
Federica Osti

“Se lo vuoi davvero, ce la farai.” “Dipende solo da te.”
“Basta volerlo.”

Quante volte abbiamo sentito e/o pronunciato queste frasi? Le abbiamo incontrate ovunque: nelle pubblicità, nei discorsi motivazionali, nei consigli non richiesti di amicə e parenti, nelle narrazioni eroiche e guerriere dello sport, della malattia, del successo. 

Le abbiamo interiorizzate, fatte nostre, addirittura suggerite ad altrə.

Ma che cosa accade quando, nonostante la volontà, le cose non vanno come speravamo?
Quando il corpo non risponde? Quando la mente è stanca? Quando il dolore persiste, quando la pelle non guarisce, quando il miglioramento non arriva?

Cosa succede quando il “volere” non basta?

Un imperativo morale travestito da motivazione

“Volere è potere” sembra una frase che ci sprona, ma in realtà nasconde un pensiero molto più insidioso: l’idea che tutto dipenda da noi. 

La convinzione che ogni fallimento, ogni malattia, ogni difficoltà sia il risultato di una volontà debole, di un impegno scarso, di una colpa personale.

Questo imperativo trasforma la volontà in una trappola morale. Non basta più desiderare qualcosa: devi desiderarlo con forza, devi desiderarlo con più impegno . Devi provarci di più. Devi dimostrare di meritarlo. 

La cura diventa così un test di valore: se non guarisci, forse non stai facendo abbastanza. Se non migliori, forse non lo vuoi davvero.

In dermatologia, come in tante altre aree della medicina, questo mito genera danni profondi perché non considera un aspetto fondamentale, cioè che la risposta a una terapia non è mai completamente sotto il nostro controllo. Esistono variabili biologiche, psicologiche, ambientali, economiche. 

Eppure, moltə pazienti finiscono per colpevolizzarsi, come se la loro pelle “non guarita” fosse una prova del loro fallimento personale.

La fallacia dell’autosufficienza

Dietro l’idea che tutto dipenda dalla volontà individuale si cela anche una concezione iper individualista, egoriferita, del benessere. L’essere umano viene descritto come se fosse un’isola, sempre e comunque autosufficiente, capace di decidere il proprio destino con la sola forza della mente.

Un essere umano troppo poco umano, dalle capacità divine e infinite.

Ma nessunə guarisce da solə, nessunə si salva da solə. La salute è sempre anche una questione di relazione, di contesto, di accesso. Ed è anche una questione di disponibilità di cure, di supporto emotivo, di ambiente favorevole.

Pensiamo al caso di una persona che ha una malattia cronica. Non è solo la forza di volontà che la farà guarire, ma un insieme di fattori: l’efficacia della terapia, la possibilità di seguirla con regolarità, il sostegno di chi le è accanto, la possibilità di prendersi cura di sé senza dover sacrificare tutto il resto.

Il mito del “volere è potere” nega tutte queste dimensioni. 

Riduce l’essere umano a una macchina motivazionale e ignora le complessità della realtà.

Quando il corpo si oppone

La volontà non può tutto, soprattutto quando si tratta del corpo.

Ci sono corpi stanchi, malati, depressi; ci sono organismi che non rispondono come vorremmo, che chiedono riposo, lentezza, delicatezza. E poi, ci sono condizioni che non migliorano, che si cronicizzano oppure che si manifestano in modo intermittente e imprevedibile.

Voler guarire non significa poterlo fare; voler stare meglio non implica che accadrà nei tempi e nei modi che desideriamo.

La pelle, per esempio, è un organo profondamente influenzato sia dai fattori esterni sia da quelli interni: stress, alimentazione, clima, produzione ormonale, genetica, emozioni… tutto si intreccia e la risposta a un trattamento non è mai lineare.

Eppure, la/il paziente si chiede: “Perché con me non funziona?” come se fosse colpa sua e non volesse davvero guarire.

La performance della cura

Una delle cause di questa iper responsabilizzazione è data dal fatto che abbiamo trasformato anche la cura in una prestazione e l’abbiamo inserita arbitrariamente in un campo non suo: quello dell’efficienza, della perfezione, della performance.

Ogni gesto di cura è indagato e valutato: hai applicato la crema? L’hai messa bene? Hai rispettato gli orari? Hai seguito la dieta? Hai bevuto abbastanza acqua? Hai dormito a sufficienza?

Se la risposta è “no” o se qualcosa non migliora, il problema, ancora una volta , sei tu.

Ma la cura non è un test da superare. Non è una routine da portare a termine per ottenere una ricompensa. È un processo, spesso imperfetto, ricco di deviazioni e di fatiche invisibili.

Un processo che dovrebbe adattarsi a noi, non costringerci a snaturarci per rincorrere un modello ideale.

Non sempre sappiamo ciò che vogliamo

C’è un altro punto che spesso viene ignorato: non sempre sappiamo davvero cosa vogliamo.

Vogliamo curare una malattia o vogliamo aderire a un ideale estetico? Vogliamo stare meglio o vogliamo essere accettatə dalle altre persone?
Vogliamo prenderci cura di noi o vogliamo essere “bravə pazienti”?

Molte persone iniziano un percorso terapeutico senza aver fatto pace con la propria motivazione profonda; non sanno ancora se stanno cercando guarigione o conformità. 

Credo sia utile chiedersi che tipo di vita si desidera condurre, che tipo di scelte si è dispostə o non dispostə a fare, quali sono i nostri bisogni profondi e se gli obiettivi che ci prefiggiamo siano realmente allineati ai nostri desideri più autentici.

Il modo in cui rispondiamo alla realtà non è solo una questione di forza di volontà, è, più che altro, una questione di verità e di onestà con sé stessə.

Un approccio diverso: accettare l’incertezza.

Per quello che riguarda la mia esperienza, credo fortemente in un approccio diverso, capace di accettare e comprendere la realtà. Personalmente, ho tratto ispirazione e insegnamento anche dalle filosofie orientali e la pratica dello yoga mi ha trasmesso un atteggiamento che considero utile anche nella cura.

Lo yoga ci insegna “a fare” senza aspettative, a osservare ciò che c’è per quello che è realmente, senza giudicarlo. Ci invita a lasciare andare l’ossessione per il risultato e ad accogliere con pazienza la realtà

In questo senso, prendersi cura di sé non significa “ottenere qualcosa”,  significa esserci, restare, avere cura, anche quando non succede nulla: anche quando la pelle non cambia, la terapia non funziona o il corpo non collabora.

Questo approccio non è rinuncia; è lucidità, libertà, accettazione consapevole e cosciente.

Una nuova definizione di potere

A questo punto, possiamo provare a rivedere il concetto stesso di  “potere”. E se “potere” non fosse ottenere, ma stare?
Se il vero potere fosse la possibilità di restare in relazione con sé stessə, anche quando non si migliora?
Se fosse scegliere, tra mille possibilità, quella più gentile, più adatta, più vera per noi?

Allora, “volere è potere” smette di essere un imperativo giudicante, e diventa un insieme di domande aperte:
Cosa voglio, davvero?
Quale potere sento di avere, oggi?
Come posso esercitarlo in modo che non mi faccia male?

Perciò, non sempre volere è potere. E va bene così.

Perché non dobbiamo meritarci la salute e non dobbiamo dimostrare niente a nessunə, né dobbiamo curarci per essere approvatə.

Anzi, possiamo desiderare la cura senza pretendere la guarigione e, ancora, possiamo prenderci cura di noi anche quando non ci sentiamo forti, motivatə, disciplinatə.

Ma, soprattutto, possiamo, e dobbiamo, liberarci dal senso di colpa. Perché non c’è un modo giusto di stare nel proprio corpo, c’è solo il nostro modo, da costruire giorno per giorno.

E forse, in questo spazio libero dal giudizio, possiamo trovare la nostra voce, non per ottenere di più ma per imparare a volerci bene.

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Federica Osti - Dermatologa a Faenza
Federica Osti
Sono la Dottoressa Federica Osti, la tua dermatologa. Ti aiuto a riscoprire l’amore per la tua pelle. Fare la dermatologa per me è accompagnare, sostenere, informare, accogliere la persona e la sua famiglia in un percorso di cura che comprenda terapie e stili di vita.
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