Negli ultimi anni, chi lavora in dermatologia si trova sempre più spesso ad affrontare un fenomeno che non è solo clinico, ma anche culturale: la crescente incidenza di patologie irritative del volto, tipo acne, dermatite da contatto, rosacea o eczema, in persone molto giovani.
Di solito sono ragazze e ragazzi tra i 18 e i 25 anni, che arrivano in ambulatorio portando con sé, oltre a una pelle in difficoltà, una vera e propria passione per la skincare.
Io e alcune mie colleghe ci siamo accorte che è proprio questo il punto: la skincare, da semplice routine quotidiana, si è trasformata in una forma di identità, in una narrazione personale, in una disciplina da perfezionare, da studiare, da sfoggiare.
Fino a dieci anni fa, prescrivere un detergente, una lozione e una crema costituiva già un programma completo, quasi sofisticato. Oggi non basta più. Oggi molte/i pazienti arrivano con routine strutturate su sei, otto, dieci passaggi; con liste ingredienti da decifrare, layering di attivi, calendari settimanali e domande complesse e mirate: “Quando introduco il retinolo?”, “Posso usare l’acido glicolico con la vitamina C?”, “Qual è la tua opinione sulla doppia detersione?”.
Non sono domande sbagliate; sono domande che esprimono una cultura ormai diffusa. E ogni cultura, si sa, ha una sua estetica, una sua etica, una sua economia. Quello che colpisce, tuttavia, è che l’effetto collaterale più visibile di questa cultura della cura esasperata è la pelle che si ammala.
Il paradosso della pelle iper-curata
Come anticipavo sopra, da dermatologa ho osservato un cambiamento significativo nel tipo di pazienti che incontro: sempre più giovani, informatə, sempre più motivatə prendersi cura della propria pelle, ma anche sempre più confusə.
Tutto parte dall’eccessiva proposta, e richiesta, da parte dell’industria cosmetica. Così, l’applicazione di troppi prodotti, l’accumulo di attivi, la stratificazione di sostanze talvolta incompatibili o troppo aggressive per una pelle sana, porta a un paradosso: si desidera curare e invece si distrugge; si cerca il controllo ma si genera disordine.
È come se il corpo, in questo caso la pelle, non riuscisse più a distinguere tra attenzione e ossessione, e a un certo punto reagisce, si infiamma, si squilibra, si ribella.
E allora iniziano le visite e le domande: “Ho fatto tutto bene, perché la mia pelle sta peggio?” La risposta, il più delle volte, è semplice: sta peggio proprio perché hai fatto troppo.
Quando la pelle diventa campo di battaglia
Partiamo dal fatto che viviamo in una società che fatica a tollerare la presenza di segni, rughe, pori, macchie, peli, lucidità, irregolarità. È come se la pelle fosse diventata il primo biglietto da visita, un indice di valore e la prima prova del nostro impegno. Ma la pelle è un organo vivo, mutevole e comunicativo, non è una vetrina e non esiste per essere omogenea e trasparente, quasi plastificata.
Diciamo che la medicina questa cosa la sa; il problema sta nella cultura contemporanea che spinge verso un’estetica sempre più normalizzata. La pelle, in quest’ottica, non è più solo da curare se malata ma è sempre da migliorare e da ottimizzare.
Qui il consumismo trova un terreno favorevole e la produzione di nuovi bisogni cosmetici diventa incessante: ingredienti, accessori, booster, routine, beauty box, consulenze, format, filtri… insomma, giorno c’è qualcosa di nuovo da provare.
Ma anche se è una novità, non è detto che serva e non è detto che corrisponda davvero a un nostro bisogno.
Una delle domande che mi faccio più spesso è: “Se fossimo in una stanza da solə, senza nessuno che ci osserva o giudica, faremmo davvero tutto questo?”. È una domanda semplice, ma potente; è una domanda che mette in discussione la radice del desiderio.
Dermatologia e cosmetologia: differenze da rispettare
Un’altra riflessione importante riguarda il ruolo della dermatologa/del dermatologo. Il nostro lavoro, per formazione, è sempre stato orientato alla pelle malata; non ci occupiamo, o meglio, non dovremmo occuparci della bellezza come valore estetico astratto.
Noi dermatologhe/dermatologi ci occupiamo di salute, quindi, di protezione, di diagnosi, di patologie.
Negli ultimi anni, però, siamo stati spintə, talvolta costrettə, ad occuparci anche di cosmetologia, per rispondere a una domanda sempre più diffusa: “Cosa posso usare sulla mia pelle sana?”. È una domanda lecita, e spesso sensata ma apre scenari ambigui.
Se la dermatologa/il dermatologo diventa consulente di bellezza, rischia di trasformare la medicina in marketing e rischia di offrire prescrizioni a chi non è malata/o, o di dare autorevolezza scientifica a bisogni indotti e, ancora, di medicalizzare scelte estetiche che nulla hanno a che vedere con la salute.
Pensiamo al caso della depilazione: se hai una malattia infiammatoria che migliora con la rimozione dei peli, come ad esempio l’idrosadenite o la follicolite, la depilazione laser può avere senso medico. Ma se ti vuoi togliere i peli perché “non ti piacciono”, siamo in un altro campo. E allora che senso ha rivolgersi a un medico?
Il confine è sottile. Ma va tracciato con onestà perché confondere un bisogno estetico con una patologia può avere conseguenze gravi, sia cliniche sia culturali.
Siamo noi a decidere?
Torniamo al punto centrale: da dove nasce il desiderio di una skincare complessa e avanzata? Chi ci ha detto che serve? Perché ci sentiamo in colpa se non la facciamo?
E’ difficile rispondere a queste domande senza giudicarsi ma è proprio lì che sta l’evoluzione: nel domandarsi, con sincerità, se ciò che facciamo per la nostra pelle è una scelta libera o una risposta a un’imposizione culturale.
Forse non abbiamo bisogno di tutto e non dobbiamo per forza fare tutto. Possiamo scegliere una cura più semplice, più sobria, più nostra o una cura che rispetti i tempi della pelle, le sue caratteristiche uniche, la sua memoria, la sua storia.
Cioè, possiamo scegliere una cura che non voglia cancellare, ma ascoltare..
Per una pelle più libera
Questo non significa assolutamente che dobbiamo rinunciare al piacere della cura. Al contrario, significa imparare a riconoscerlo come tale: un piacere, appunto, non un obbligo.
La pelle non è solo un campo da trattare, è un territorio da abitare e ogni volta che la ascoltiamo, anziché aggredirla, le restituiamo dignità e autonomia.
“Less is more” non è un dogma, né una rinuncia ma un invito a sottrarre per vedere meglio, a fare meno per fare meglio e a non confondere la cura con il controllo.
Perché a volte, la pelle ci parla più chiaramente proprio quando smettiamo di tormentarla.


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