Episodio 11

Vergogna

01/12/2025
Federica Osti
Ascolta “Vergogna” su Spreaker.

La vergogna.

Un sentimento profondo, radicato nella nostra cultura e nella nostra esperienza personale, che spesso diventa la conseguenza diretta della narrazione del “volere è potere”.

Se nella puntata precedente abbiamo decostruito il mito secondo cui basti volerlo per ottenere un miglioramento, qui dobbiamo affrontare il rovescio della medaglia: cosa accade quando il miglioramento non arriva?

Quando non riusciamo a raggiungere lo standard imposto dalla società, dallo sguardo altrui, e soprattutto da quello che noi stessi abbiamo interiorizzato come giusto e accettabile?

La vergogna, nelle problematiche dermatologiche, ha una componente ancora più insidiosa: la pelle è visibile.

Non si può nascondere con la stessa facilità con cui si cela un problema interno, e quindi ci si sente esposti, vulnerabili, giudicati.

Cosa penseranno gli altri se mi vedono così?

Se la mia pelle non corrisponde all’ideale di bellezza e salute che ci viene inculcato fin da piccoli?

Questo pensiero condiziona la nostra quotidianità: si evita di uscire, di mostrarsi senza trucco, di andare al mare o in piscina, di lasciarsi toccare da un partner o da un medico.

Si teme lo sguardo altrui, ma anche il proprio, davanti allo specchio.

Il problema si aggrava con il pregiudizio che molte malattie della pelle siano contagiose.

Un pregiudizio che ha radici antiche, legate a malattie come la peste e la lebbra, che nella narrativa storica sono sempre state associate a qualcosa di visibile e pericoloso.

Tuttora, in maniera irrazionale, una lesione cutanea attira sguardi diffidenti, bambini allontanati, persone che si spostano di qualche passo.

Perché? Perché l’iconografia della malattia nella nostra cultura occidentale è ancora legata a immagini di esclusione, di pericolo, di differenza.

La peste del Seicento ha segnato profondamente l’immaginario collettivo europeo, così come il Covid ha cambiato il modo in cui percepiamo tosse e starnuti in pubblico.

La paura del contagio, anche quando ingiustificata, resta radicata e si manifesta in modi sottili, come lo sguardo prolungato su una pelle con lesioni o l’istintivo allontanamento da chi ha una dermatite evidente.

Ma la vergogna non è solo un’emozione personale.

È qualcosa che ci viene imposto.

Pensiamo a quante volte abbiamo sentito frasi come “Non ti vergogni a uscire così?”, “Dovresti avere più cura di te”, “Ma non puoi fare qualcosa per quella pelle?”.

La vergogna, così come la paura, ha una funzione adattiva: ci aiuta a regolare il nostro comportamento nella comunità, ci segnala quando stiamo violando una norma sociale.

Ma il problema nasce quando queste norme sono arbitrarie e imposte, non più legate al rispetto reciproco, ma a modelli estetici prescrittivi, che non hanno nulla a che vedere con la salute o il benessere.

Vergognarsi per un corpo che non rientra nei canoni estetici non è una vergogna naturale, è una vergogna indotta.

Così come lo è quella che ci fa chiedere scusa per avere i peli o per avere le mestruazioni.

Quante volte sentiamo donne scusarsi con il medico o la medica per dettagli del tutto normali? Per un ciclo arrivato nel giorno della visita, per non essersi depilate, per una sudorazione più abbondante.

Scusarsi per essere umane. Scusarsi per avere un corpo.

La vergogna diventa ancora più insidiosa quando una malattia prende il sopravvento sull’identità.

Quando si diventa “quello con l’alopecia”, “quella con la psoriasi”, “quello con la vitiligine”. Quando la propria pelle diventa un’etichetta.

C’è una differenza profonda tra scegliere di nascondere una condizione per sentirsi a proprio agio, e sentire l’obbligo di nasconderla per paura dello stigma.

Pensa a chi indossa una parrucca per coprire la perdita dei capelli da chemioterapia: per alcune è una scelta che aiuta a sentirsi più simili a come erano prima, per altri diventa un dovere, l’unico modo per non rivelare ciò che hanno vissuto.

Ci sono persone che, dopo aver superato un tumore, continuano a portare la parrucca anche quando i capelli sono ricresciuti, perché quei nuovi capelli non corrispondono più a ciò che erano prima.

La malattia ha lasciato il segno, e la paura del giudizio altrui è più forte del desiderio di mostrarsi per ciò che si è ora.

Riconoscere che la vergogna esiste è il primo passo per liberarsene.

Non si tratta di negarla, di dire che non dovremmo provarla.

È un’emozione umana, e come tale va accolta.

Ma dobbiamo imparare a distinguere tra la vergogna che ci protegge e quella che ci opprime.

Tra quella che ci insegna a rispettare gli altri e quella che ci costringe a nasconderci. Tra quella che ci aiuta a essere parte di una comunità e quella che ci esclude.

Non è un percorso immediato, né semplice.

Ma è possibile.

E soprattutto, non siamo soli in questo cammino.

C’è sempre un modo per iniziare a guardarsi con più gentilezza, a riprendersi il diritto di esistere senza sentirsi sbagliati, a smettere di chiedere scusa per qualcosa che non è una colpa.

E la prossima volta che qualcuno proverà a farti vergognare per la tua pelle, per il tuo corpo, per ciò che sei, chiediti: è davvero mia questa vergogna? O me l’hanno insegnata?

Se vuoi, parliamone, puoi scrivermi e se, come me, sei affascinato/a da questi aspetti della convivenza con la tua pelle e vuoi approfondirli, in particolare se la tua pelle al momento non sta “funzionando” al meglio delle sue possibilità, ti aspetto nelle prossime puntate di CUTE.

Federica Osti - Dermatologa a Faenza
Federica Osti
Sono la Dottoressa Federica Osti, la tua dermatologa. Ti aiuto a riscoprire l’amore per la tua pelle. Fare la dermatologa per me è accompagnare, sostenere, informare, accogliere la persona e la sua famiglia in un percorso di cura che comprenda terapie e stili di vita.
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