“Volere è potere” è una delle massime più radicate nella cultura occidentale, tanto da sembrare un principio inconfutabile. Ma è davvero così? In questa puntata vogliamo smontare questo assioma, soprattutto per quanto riguarda la dermatologia e la salute in generale. Il problema di questa mentalità è che implica un senso di colpa per chi non ottiene i risultati sperati, come se la mancanza di successo fosse sempre e solo una questione di scarso impegno. Questo si riflette anche nella gestione delle patologie: se la tua pelle non migliora, non stai facendo abbastanza. Ma è davvero così semplice?
La cura non è un test di volontà
Nella pratica dermatologica, il concetto di “aderenza alla terapia” è spesso utilizzato come parametro di valutazione. Tuttavia, non dovrebbe mai essere inteso come un giudizio morale sulla capacità del paziente di seguire le indicazioni. Quando un paziente fatica a seguire una terapia, il problema non è (solo) la sua disciplina, ma spesso il modo in cui quella terapia si incastra nella sua vita quotidiana. Come medico, per me il parametro dell’aderenza serve per comprendere se la cura che ho prescritto è realistica, sostenibile e adattata alle esigenze individuali del paziente. Se una persona fatica a seguire una routine, non significa che non voglia guarire, ma che forse quella routine non è adatta a lei.
La realtà delle aspettative e il senso di fallimento
Uno dei problemi più grandi della mentalità del “volere è potere” è l’illusione che un grande sforzo garantisca sempre un grande risultato. Questo genera aspettative irrealistiche che, se disattese, portano a un senso di fallimento. Nella dermatologia, la risposta ai trattamenti è altamente variabile: due persone con la stessa patologia, lo stesso piano terapeutico e la stessa scrupolosità nel seguirlo possono ottenere risultati completamente diversi. Esiste il concetto di “non responder”, ovvero pazienti che, nonostante la terapia adeguata, non ottengono miglioramenti. Non è una questione di volontà, ma di variabili biologiche al di fuori del nostro controllo. Allora, che senso ha caricare il paziente di sensi di colpa?
Conoscersi per sapere cosa vogliamo
Un aspetto importante da considerare è che spesso non sappiamo nemmeno cosa vogliamo veramente. Vogliamo curare una condizione dermatologica o vogliamo aderire a uno standard estetico imposto? Vogliamo migliorare la nostra pelle o vogliamo compiacere gli altri? La cura di sé non dovrebbe essere una performance, ma un percorso di consapevolezza. Non si tratta solo di seguire un protocollo terapeutico, ma di integrarlo in una routine sostenibile che abbia senso per noi. E questo richiede un processo di conoscenza di sé che spesso trascuriamo.
Accettazione: un approccio più realistico
Nella cultura orientale esiste un principio diverso: fare senza aspettative. Pratiche come la mindfulness e lo yoga insegnano che non ci si siede a meditare per rilassarsi, ma per osservare la realtà per quella che è. Se siamo nervosi, lo accettiamo. Se la terapia non porta subito miglioramenti, osserviamo il processo senza viverlo come un fallimento. Questo approccio è applicabile anche alla dermatologia: non si tratta di impegnarsi fino allo sfinimento, ma di trovare un equilibrio tra azione e accettazione. La guarigione non è una gara, e non è sempre proporzionale allo sforzo.
Il pericolo della produttività anche nella cura
Viviamo in una società che premia la performance e la produttività, e questo modello è stato applicato anche alla cura del corpo. La logica per cui più fatica significa più risultati è radicata anche nella salute: se ci metti più impegno, se fai tutto alla lettera, allora migliorerai. Ma questo non tiene conto della variabilità biologica e delle condizioni individuali. Pensiamo al dimagrimento: perdere peso è un processo che coinvolge fattori metabolici, genetici e ambientali. Lo stesso vale per la dermatologia: una terapia può essere efficace per una persona e del tutto inefficace per un’altra. E non è colpa di nessuno.
Smettiamola con il senso di colpa
L’idea che la volontà possa controllare tutto è non solo falsa, ma anche dannosa. Se curarsi diventa un’ossessione, un test di disciplina, un motivo di frustrazione, allora siamo sulla strada sbagliata. La cura non deve essere una battaglia, ma un percorso di ascolto, di adattamento e di accettazione. Dobbiamo smetterla di sentirci in colpa se non vediamo i risultati che speravamo e iniziare a capire che il nostro valore non dipende dalla nostra pelle, dal nostro aspetto o da quanto ci impegniamo a migliorarci. Non sempre volere è potere, e va bene così.
Se vuoi, parliamone, puoi scrivermi e se, come me, sei affascinato/a da questi aspetti della convivenza con la tua pelle e vuoi approfondirli, in particolare se la tua pelle al momento non sta “funzionando” al meglio delle sue possibilità, ti aspetto nelle prossime puntate di CUTE.


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