Perché vogliamo essere “brave bambine”? Perché anche nei percorsi medici e terapeutici sentiamo il dovere di fare tutto alla perfezione e secondo schemi decisi da altri?
Oggi ho pensato di parlarvi di un argomento che mi sta a cuore perché per l’ennesima volta ho ascoltato una mia paziente dirmi “sì, lo so dottoressa che non sono stata brava”. O frasi simili in altre declinazioni: “ma io non sono come quelle brave”…”non sono così brava”… Ecco, le mie pazienti si riferiscono alla loro routine di skincare e/o al percorso terapeutico, e l’”essere brave” per loro significa “essere costanti”, “essere attente”, “essere precise”, “essere sempre sul pezzo”.
Costanza, precisione, attenzione spasmodica, in una parola, “perfezione”.
Viviamo in un mondo in cui la performance sembra aver preso il sopravvento su ogni aspetto della vita. Questo è un tema su cui, secondo me, è importante soffermarsi ciclicamente perché la pressione performativa a cui siamo sottopostə è talmente costante e quotidiana che, purtroppo, non la avvertiamo quasi neanche più.
O meglio, l’abbiamo talmente normalizzata e interiorizzata che ormai fa parte di noi; è un filtro con cui osserviamo la realtà e giudichiamo la nostra vita. Una modalità che ci viene tramandata a partire dall’infanzia.
Ho pensato di approfondire l’argomento con la mia consulente filosofica Manuela Limonta che in questi casi mi fa accedere a prospettive illuminanti.
Abbiamo ragionato su questi aspetti e vorrei condividere di seguito le nostre riflessioni.
La società contemporanea dispensa pressione a tutti gli esseri umani, ma è ancora più opprimente con le donne.
La storia delle donne è una storia che nei secoli, nei millenni, è stata costruita e narrata da un punto di vista preciso, quello maschiocentrico. Proviamo a farti entrare in questo punto di vista, perché non vorremmo che il nostro discorso sembrasse meramente ideologico.
Ci interessa descrivere una realtà storica e sociale che ha influenzato enormemente la struttura profonda del mondo, della società, dei ruoli, del linguaggio, del modo con cui concepiamo noi stesse.
Immagina un tempo in cui circa metà della popolazione abita il mondo senza godere di alcun diritto; senza accesso all’istruzione o, comunque, con un accesso limitato; senza indipendenza economica; senza poter disporre di alcuna proprietà. Un tempo in cui a questa metà della popolazione è vietato l’accesso alla maggior parte delle professioni, alla vita pubblica, alla politica, alle associazioni di categoria, all’informazione, all’arte, ai divertimenti, alla guida, allo sport… E ancora, un tempo in cui chi fa parte di questa metà “sfortunata” della popolazione non può decidere per se stessa in maniera autonoma ma, di fatto, “appartiene” a qualcun altro che fa parte dell’altra metà più fortunata, e quel “qualcun altro” amministra le sue scelte, il suo corpo, la sua vita. Controlla i suoi spostamenti, che per lo più sono vietati; impone di seguire un percorso di vita obbligato, delle abitudine decise da altri, una morale e una condotta prestabilite; prescrive un abbigliamento, un’estetica, dei comportamenti, delle movenze, un linguaggio ben precisi e ben declinati.
Immagina questo mondo perché è il mondo delle nostre antenate; della maggior parte delle donne del passato; ma di un passato che ha avuto inizio probabilmente nella notte dei tempi e, poi, si è protratto per un lunghissimo periodo. Si tratta di un mondo che per certi versi è cambiato radicalmente, che in molte parti del mondo permane, in altre sembra non esistere più. Ma di fatto è un mondo che è stato creato dalla metà “più fortunata”, dagli uomini; che è stato organizzato mettendo al centro i loro bisogni, le loro aspettative, i loro significati.
Il mondo di oggi è figlio di quel mondo, noi siamo figlie di quella storia. Ce lo ritroviamo già costruito con quei presupposti, su quel centro, l’uomo, maschio. Non si cancella una storia del genere; sono migliorate, forse, le condizioni della parte sfortunata ma oggi ritroviamo gli strascichi di quella struttura primordiale nei nostri pensieri, nelle nostre paure, nelle nostre abitudini, nel nostro stare nel mondo.
Ritroviamo quel mondo nelle nostre insicurezze; nel non sentirci mai pronte, adeguate, all’altezza, abbastanza. Ogni cosa deve essere conquistata con una fatica infinita, solo sacrifici e con poche soddisfazioni. Abbiamo interiorizzato questo modello silenziosamente.
Allora miriamo alla perfezione sperando di poter colmare quel divario che ci accompagna da sempre.
Oggi siamo donne emancipate ma forse non del tutto liberate. Sentiamo ancora la pressione degli schemi che altri hanno costruito per noi e l’obbligo di dover essere delle “brave bambine”. Dare sempre il meglio, o forse il massimo, o magari più del dovuto, per apparire adeguate a noi stesse e agli altri.
Mi capita di rivedere quel mondo in me stessa, certamente, ma anche nelle mie pazienti. Spesso l’iter terapeutico viene vissuto come l’ennesima prova da superare. Anche la malattia si trasforma in un’occasione per costringersi ad accettare passivamente un modello prima ancora di ascoltare se stesse.
Con il tempo ho imparato che imporre un percorso terapeutico, senza dialogo, senza inclusione, non è nient’altro che portare avanti quell’atteggiamento paternalistico e patriarcale che dalla notte dei tempi ci opprime.
Io desidero, invece, che il mio lavoro sia costruito in modo solido su due valori fondamentali: la parità e l’autenticità.
La parità tra me e la paziente, in un rapporto in cui è possibile guardarsi negli occhi senza ruoli, filtri e stereotipi; dove la conoscenza non è infusa dall’alto e la terapia non è un mistero da non svelare ma un percorso da costruire insieme.
L’autenticità del percorso terapeutico che deve mettere al centro le reali esigenze della mia paziente. Senza forzature né imposizioni ma con la libertà di ascoltarsi e raccontarsi in modo trasparente.
La dermatologa non deve “sgridare” o punire se la paziente non segue le sue direttive ma sostenere e capire, così da entrare in empatia con lei e far emergere i suoi bisogni.
Non possiamo più essere “brave bambine” ma soggetti che si autodeterminano e decidono in libertà e autonomia come e quando intervenire sul proprio corpo. Al di là di ogni richiesta sociale, oltre ogni stereotipo di genere, oltre i canoni estetici e i comportamentali imposti.
Io, da medica e da donna, desidero accompagnare le mie pazienti in questo cambio di prospettiva e mentalità; fare in modo che possano liberarsi da tutte le costrizioni limitanti.
Tu hai mai avvertito questa pressione? Ti sei mai sentita in dovere di essere una “brava bambina”?


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