In altri articoli (per esempio, in questo e quest’altro) abbiamo parlato di come le patologie cutanee si intreccino inestricabilmente con le sfere emotive, psicologiche e sociali degli individui.
Le malattie dermatologiche non si limitano a disturbare l’equilibrio biologico, non sono “solo” fatti organici ma possono condizionare negativamente l’autostima, alimentare il senso di inadeguatezza e l’isolamento.
La pelle è un link invisibile tra il sé e il mondo; può diventare fonte di profondo disagio quando ci sono delle malattie, soprattutto se visibili e croniche.
In questo articolo vorrei, però, soffermarmi su un aspetto che rientra in queste tematiche ma che è più specifico e meno considerato: il concetto di “perdita” collegato alle patologie cutanee.
Perdita e senso di perdita
Nella vita sperimentiamo necessariamente varie forme di perdita o di senso di perdita: la perdita di persone care, di opportunità, di tempo. Ma di rado ci fermiamo a considerare una forma di perdita che, sebbene possa sembrare superficiale agli occhi di alcune persone, incide profondamente sul nostro benessere e sul nostro “stare al mondo”.
Si tratta della perdita e del senso di privazione causati dalle malattie dermatologiche. Queste condizioni, che alterano l’aspetto della nostra pelle, possono pesare moltissimo sulla percezione personale dell’individuo e possono convincerci del fatto che la malattia stia sottraendo molto più di un’immagine esteriore intatta.
Può erodere la nostra autostima, limitare le nostre interazioni sociali e, addirittura, ferirci e modificarci profondamente nella nostra identità.
Cosa mi sta togliendo questa malattia?
La domanda “Cosa mi sta togliendo questa malattia?” risuona con potenza e insistenza nella vita di chi affronta una malattia dermatologica.
Le risposte, ovviamente, sono molte e di varia natura. Per alcune persone nella malattia ad essere danneggiata è la libertà di uscire di casa senza trucco o coperture; per altre, manca la semplicità di un tuffo in piscina o di una passeggiata all’aperto senza pensieri. Per molti individui, invece, viene meno il conforto e la spontaneità nell’essere tra la gente, senza temere sguardi o domande indiscrete.
Mi viene in mente la storia emblematica di una paziente che, dopo aver vinto il concorso per un lavoro ambito da anni, si è trovata ad affrontare non la gioia del successo, ma l’angoscia per la nuova visibilità che il lavoro avrebbe comportato.
Il suo disagio nel mostrare l’acne, un disturbo comunemente associato all’adolescenza ma che spesso esiste anche nell’età adulta, mostra come la malattia possa intaccare non solo la salute della pelle ma anche la serenità personale, compromettendo i momenti di potenziale felicità.
E vivendo la perdita, si sperimenta anche il senso del limite imposto dalla malattia: in cosa mi limita la malattia dermatologica?
Le limitazioni derivanti dalle malattie dermatologiche vanno ben oltre i limiti fisiologici, si insinuano nella semplicità della vita quotidiana. Ci impediscono di vivere pienamente momenti di spontaneità, di esprimere liberamente la nostra personalità e, a volte, di perseguire le nostre passioni.
Talvolta, costringono gli individui a vivere nell’insicurezza; in un contesto esistenziale in cui il timore del giudizio altrui può impedire di prendere parte ad attività sociali, professionali o ricreative che prima ci avrebbero riempito di gioia.
La malattia come specchio dei nostri valori e paure
In questo scenario di perdita e limitazione, da medica preferisco fermarmi e proporre una riflessione che potrebbe sembrare provocatoria ma che invece serve ad ampliare il punto di osservazione: la malattia mi toglie veramente un pezzo di ciò che amo o forse mi parla di quali sono le mie paure e i miei valori?
Nella mia esperienza ho notato che le condizioni dermatologiche possono diventare maestre sì severe ma anche illuminanti, stimolando a riflettere su ciò che realmente valorizziamo e temiamo.
Perché diventa più importante il giudizio altrui e, invece, il nostro benessere passa in secondo piano? Avere una pelle perfetta è un nostro reale desiderio oppure siamo influenzatə dagli ideali che la società ci propone? Davvero la nostra sicurezza e la nostra solidità sono condizionate dal nostro aspetto fisico, oppure, ci sono ragioni più profonde?
La paura del rifiuto, ad esempio, può rivelare un profondo bisogno di accettazione e appartenenza e il timore del giudizio altrui può mostrare la nostra dipendenza dalla validazione esterna.
Verso una nuova comprensione della malattia
Nei miei percorsi terapeutici affronto tutte queste questioni e lavoro molto sull’accettazione della propria immagine perché so che questo approccio può portare a una più autentica comprensione delle proprie vulnerabilità e dei propri punti di forza.
Così, la malattia smette di essere ciò che mi priva del meglio di me e della mia vita e inizia ad costituire, invece, un’occasione per conoscere se stessə e iniziare a sviluppare amor proprio e auto-gentilezza.
Accettare una malattia dermatologica non significa arrendersi ad essa, ma imparare a relazionarsi con la complessità delle sue implicazioni.
Il cammino verso l’accettazione e la gestione della condizione patologica può essere lungo e difficile, ma è anche ricco di opportunità per riscoprire se stessə, per forgiare connessioni più profonde e per apprezzare la vita con una rinnovata prospettiva.
E tu, hai mai sperimentato un senso di perdita in relazione alla malattia?


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