Le ventiquattro ore non sono uguali per tuttə.

28/06/2026
Federica Osti

Un’ora è un’ora, un giorno è un giorno, ventiquattro ore sono ventiquattro ore; da un punto di vista matematico è indiscutibile: l’orologio non cambia ritmo a seconda della persona che lo guarda, il calendario non rallenta per chi è stancə e non accelera per chi ha più energia. Ma appena ci spostiamo dalla misura astratta del tempo alla vita concreta delle persone, questa apparente uguaglianza comincia a incrinarsi.

Le ventiquattro ore non sono uguali per tuttə solo se le guardiamo da fuori, come una quantità vuota. Ma nessun essere umano vive dentro una quantità vuota. Infatti, Il tempo, nella vita reale, non è mai solo una durata, è una condizione.

Dire “abbiamo tutti ventiquattro ore al giorno” può sembrare una frase motivazionale, ma spesso diventa una semplificazione crudele. Soprattutto quando viene usata per suggerire che chi non riesce a fare tutto, chi non si sveglia all’alba per meditare, allenarsi, cucinare sano, leggere, lavorare e curarsi, in fondo non lo voglia abbastanza. Alla fine è la versione temporale del famoso “volere è potere” di cui ho parlato in molti contenuti.

Ognunə di noi può interrogarsi sul modo in cui usa il proprio tempo e può provare a modificare abitudini, a riconoscere sprechi o a costruire spazi più sani. Ma questa responsabilità diventa reale solo se parte dalla realtà, non da un modello ideale di persona sempre efficiente e totalmente libera di scegliere. 

Prima di dire a qualcuno “devi solo organizzarti meglio”, bisognerebbe chiedersi dentro quale giornata quella persona stia cercando di organizzarsi.

C’è chi ha una casa silenziosa e chi vive in un ambiente in cui ogni gesto viene interrotto; chi può decidere di iniziare a lavorare alle dieci e chi alle sette deve essere già in macchina. C’è chi può andare in palestra a piedi e chi non ha né tempo né denaro per farlo; c’è chi può cucinare con calma e chi mangia in piedi tra una consegna e una telefonata; c’è chi deve occuparsi solo di sé e chi si prende cura di bambini, genitori anziani, partner malati, persone fragili e, ancora, c’è chi, per curarsi, deve semplicemente ricordarsi una crema e chi deve inserire farmaci, controlli, esami, medicazioni e attenzioni quotidiane in una vita già piena.

In medicina questa differenza diventa fondamentale perché una terapia non entra mai in una giornata generica, entra nella giornata vera di quella persona reale. Entra nella sua casa, nel suo bagno, nella sua sveglia, nei suoi spostamenti, nella sua stanchezza, nelle sue paure, nel suo rapporto con il corpo e con la malattia. 

Questo vale in modo particolare per la dermatologia perché terapie per la pelle richiedono costanza e ripetizione; non sempre sono difficili, ma spesso sono continue. Una crema al mattino, una alla sera, un detergente specifico, una protezione solare, un farmaco, un’applicazione localizzata, una sospensione da ricordare, un controllo da programmare. A volte sono pochi minuti, è vero, ma pochi minuti, nella vita di una persona, non sono sempre pochi.

Cinque minuti al mattino possono essere un tempo leggero per chi si sveglia con calma, beve un caffè, ha il bagno libero e può prepararsi senza fretta. Gli stessi cinque minuti possono diventare complicati per chi deve vestire un bambino, preparare una cartella, rispondere a un messaggio urgente, uscire di casa in tempo, prendere un mezzo, arrivare al lavoro senza margine. Cinque minuti alla sera possono essere un rituale di cura, ma possono anche arrivare nel momento in cui una persona è così stanca da non riuscire più nemmeno a pensare.

Per questo, da medica non misuro il tempo della terapia solo in minuti, lo misuro in attenzione, memoria, disponibilità mentale e energia emotiva. Lo misuro nella capacità di fare spazio a un gesto che, soprattutto nelle patologie croniche, non è mai solo un gesto tecnico. 

Da fuori, tutte le terapie possono sembrare semplici, da dentro, possono pesare molto di più.

C’è poi un altro aspetto che non va dimenticato: non siamo tuttə uguali nemmeno dal punto di vista biologico. Negli ultimi anni si parla sempre più spesso di cronobiologia, cioè dello studio dei ritmi biologici del corpo. Il nostro organismo non funziona allo stesso modo in ogni momento della giornata; sonno, veglia, temperatura corporea, secrezioni ormonali, fame, attenzione, energia, tono dell’umore seguono ritmi che non dipendono soltanto dalla volontà. Il ritmo circadiano, che si sviluppa nell’arco delle ventiquattro ore, è influenzato soprattutto dall’alternanza tra luce e buio, ma anche dal cibo, dall’attività fisica, dallo stress, dagli orari sociali, dall’ambiente in cui viviamo.

Questo significa che il famoso “il mattino ha l’oro in bocca” non è una legge universale. Per alcune persone il mattino è davvero il momento migliore perché sono più lucide e attive. Per altre, invece, la mattina è un tempo di avvio molto lento, faticoso, poco produttivo, mentre la concentrazione arriva nel pomeriggio o addirittura la sera. Non è sempre pigrizia o mancanza di disciplina, a volte è semplicemente un diverso funzionamento.

La parola “cronotipo” indica proprio questa inclinazione individuale verso determinati orari di sonno, veglia e attività. Ci sono persone più mattutine, persone più serali e moltissime sfumature intermedie. Naturalmente il cronotipo non è un destino assoluto, perché la vita sociale, il lavoro, la luce, le abitudini e l’età possono modificarlo; però ci ricorda che chiedere a tuttə di funzionare allo stesso modo negli stessi orari significa ignorare il corpo, la biologia.

Lo vediamo bene nelle/negli adolescenti. Durante l’adolescenza, i ritmi del sonno tendono fisiologicamente a spostarsi più avanti: molte ragazze e molti ragazzi hanno più difficoltà ad addormentarsi presto e più fatica a svegliarsi al mattino. Eppure la scuola, nella maggior parte dei casi, continua a chiedere loro di essere presenti, svegli e performanti molto presto. Così un funzionamento biologico viene spesso letto come svogliatezza e un corpo che sta attraversando una fase di cambiamento viene giudicato come un carattere difettoso.

Questo stesso errore lo facciamo anche con gli adulti; pensiamo che chi si sveglia presto sia più virtuoso e abbiamo l’idea che chi rende meglio la sera sia meno ordinato e non capace di “stare al mondo” secondo le regole. Ma forse, invece di trasformare ogni differenza in un giudizio morale, dovremmo imparare a chiederci come funzionano davvero le persone.

Anche perché il corpo cambia. Le ventiquattro ore dei quindici anni non sono quelle dei trenta, dei cinquanta, dei settanta. Le ventiquattro ore di una persona che dorme bene non sono quelle di una persona che convive con insonnia, dolore, ansia, vampate, prurito, bruciore cutaneo, stanchezza cronica. Le ventiquattro ore di una donna in una fase ormonale stabile non sono necessariamente quelle di una donna nel post-partum, in perimenopausa o in menopausa. 

E la pelle, in tutto questo, non è spettatrice.

Molte condizioni dermatologiche hanno una relazione complessa con le fasi della vita, con l’assetto ormonale, con il sistema immunitario, con lo stress, con il sonno. Pensiamo alla rosacea, ad alcune forme di dermatite, all’acne adulta, alla psoriasi, al lupus, al lichen, alle patologie infiammatorie o autoimmuni che possono modificarsi nel tempo e richiedere terapie prolungate. 

La pelle non è un rivestimento separato dal resto ma è un organo vivo e attraversato da ciò che accade nel corpo e nella vita.

Anche lo stress entra in questa storia, ma non nel modo banale in cui spesso se ne parla. Dire “è stress” non dovrebbe mai diventare un modo per minimizzare un sintomo o per scaricare sulla/sul paziente la responsabilità della sua malattia. Lo stress non è un’invenzione psicologica e non è un capriccio, si tratta di una  risposta complessa dell’organismo.

Di base, è un processo fisiologico e utile, e coinvolge vari sistemi:  nervoso, endocrino e immunitario. Il cortisolo, che spesso viene chiamato “ormone dello stress”, segue un ritmo giornaliero e tende ad avere un aumento dopo il risveglio, ma può variare in relazione a molti fattori tipo la qualità del sonno, gli imprevisti, la paura, il dolore, i carichi emotivi e gli eventi della giornata. E la sua produzione, che ci tiene in vita, può diventare eccessiva e dannosa quando veniamo sollecitatə in modo pressante e continuo.

Anche qui, quindi, il tempo non è mai neutro perché una giornata non è fatta solo di ore libere o occupate; è fatta anche di attivazioni interne, di picchi di allarme, di energie che si consumano prima ancora di arrivare alla sera. 

Questo è uno dei motivi per cui l’aderenza terapeutica è un tema così importante. In medicina, con “aderenza” si intende il grado in cui una persona riesce a seguire una terapia concordata, cioè prendere farmaci, applicare prodotti, modificare abitudini, presentarsi ai controlli, mantenere nel tempo un comportamento di cura. 

Per molto tempo questo tema è stato trattato quasi come un problema di obbedienza: il medico prescrive e la/il paziente esegue; se la/il paziente non esegue, il problema è la/il paziente.

Oggi sappiamo che questa lettura è troppo povera perché l’aderenza non dipende solo dalla buona volontà ma da tanti altri fattori come la comprensione della terapia, la fiducia nella medica/nel medico, i timori sugli effetti collaterali, la complessità dello schema, il numero di applicazioni o assunzioni quotidiane, il costo, il tempo necessario, il supporto familiare, il significato che quella cura assume nella vita della persona. 

E dipende anche dalla possibilità che la/il paziente si senta autorizzatə a dire: “Così non riesco”.

Questa frase, in una relazione di cura, è preziosissima, non è una ribellione o un fallimento, è un’informazione clinica. Se una persona non riesce a fare una terapia tre volte al giorno, saperlo è fondamentale, così come se una crema brucia e quindi viene evitata o lo schema è troppo complicato e crea confusione o, ancora, se il momento indicato coincide con la parte più caotica della giornata.

Una terapia non seguita non va solo rimproverata, va capita. Dove si interrompe? Perché? In quale passaggio diventa difficile? È un problema di tempo, di comprensione, di fastidio, di paura, di stanchezza, di organizzazione, di vergogna? C’è una resistenza verso il farmaco? C’è una paura degli effetti collaterali? C’è il desiderio, spesso non detto, di non sentirsi “malatə” ogni giorno? C’è il peso di una diagnosi che non è stata ancora digerita?

Quando una/un paziente esce da una visita, soprattutto se ha ricevuto una diagnosi o uno schema terapeutico articolato, può sentirsi investito da molte informazioni. Per la medica/il medico, che conosce quel linguaggio, tutto può sembrare ordinato, per la/il paziente, invece, può diventare un rumore confuso: “quella crema blu”, “quella da mettere la sera”, “quella che non ricordo se prima o dopo”, “quella che devo sospendere”, ecc.

Per questo la chiarezza non è un dettaglio estetico della cura ma è parte della cura. Uno schema scritto bene e una domanda in più possono fare la differenza. A volte, una/un paziente non ha bisogno di una terapia più potente, ma di una terapia più comprensibile. E non ha mai bisogno di essere sgridatə, ma di essere aiutatə a trovare un punto della giornata in cui quella cura possa agganciarsi a qualcosa che già esiste tipo lavarsi i denti, preparare il caffè o mettere il pigiama.

La parola chiave, forse, è proprio questa: aggancio. Una terapia funziona meglio quando non resta sospesa come un comando astratto, ma si aggancia alla vita, così può partire dalla realtà invece che da una predica.

La medicina, quando è davvero efficace, non lavora solo sul corpo ideale dei manuali, dovrebbe lavorare sul corpo situato, quello che vive in una casa, in una famiglia, in un lavoro, in un’età, in un carattere, in una storia. Questo non significa che tutto debba essere adattato fino a perdere efficacia, ma che l’efficacia non è solo una proprietà del farmaco, è anche il risultato dell’incontro tra farmaco, persona e vita quotidiana.

C’è una scenario molto comune, anche se raramente viene descritto: la/il paziente che annuisce in visita, dice di aver capito, torna a casa e poi non riesce a seguire la terapia. A volte perché non ha davvero capito e si vergogna di chiedere, a volte perché perché ha l’impressione che il medico si aspetti da lei/lui una capacità organizzativa che non ha. Così, invece di dire “non ce la faccio”, sparisce; non torna, sospende, modifica da solə, prova altro, ecc.

Eppure quella difficoltà, se portata dentro la relazione, potrebbe diventare materiale di cura. Certo, la medica/il medico non può conoscere la giornata della/del paziente se la/il paziente non la racconta e la/il paziente non può sapere quali margini di adattamento ci siano. La terapia, soprattutto quando è lunga, dovrebbe essere un patto realistico e sincero tra le due parti.

Questo vale anche per chi vive accanto alla persona che si cura, come familiari, partner, genitori, figlie/figli; i caregiver dovrebbero imparare a non ridurre tutto a “ti sei ricordatə?”. A volte, serve sostenere non solo controllare e aiutare senza infantilizzare o giudicare. Una persona con una patologia cronica non ha bisogno di essere trasformata in una/un paziente a tempo pieno, ma nemmeno di essere lasciata sola davanti a un carico così grande.

La pelle, poi, ha una particolarità perché è visibile e la terapia dermatologica non riguarda solo un sintomo interno, ma spesso un aspetto del corpo che si vede. Questo rende tutto più delicato e curarsi la pelle spesso significa confrontarsi ogni giorno con lo specchio, con il fatto di guardare in faccia ogni giorno la propria vulnerabilità.

Ecco perché colpevolizzare chi fatica a essere costante è spesso inutile e ingiusto. La domanda più utile può essere: “Che cosa rende difficile farlo?”. È una domanda in apparenza semplice, ma cambia completamente la postura della cura e sposta l’attenzione dal giudizio alla comprensione e dalla colpa, alla strategia

Si tratta di un percorso di consapevolezza guidata e a volte, guardando davvero la propria giornata, una persona scopre che un margine c’è. Magari riesce a vedere che una terapia che sembrava enorme richiede in realtà tre minuti, oppure scopre che il problema non è il tempo in sé, ma il momento in cui stava cercando di inserirla e capisce che può proteggere un piccolo gesto di cura senza stravolgere tutto.

Altre volte, però, in questo processo la/il paziente scopre il contrario: per esempio, che sta chiedendo troppo a se stessə, che il carico è reale, che non basta volerlo, che serve semplificare, chiedere aiuto alla medica/al medico e rinegoziare. 

Entrambe le scoperte sono importanti perché nel primo caso nasce una nuova responsabilità; nell’altro, nasce una nuova legittimità e, in entrambi i casi, si esce dalla colpa.

La disciplina va distinta dalla violenza verso di sé. La disciplina buona è quella che costruisce condizioni possibili e che procede con intelligenza; la violenza verso di sé, invece, pretende e opprime.

La cura, alla fine, non è un percorso per dimostrare qualcosa, non siamo pazienti migliori perché seguiamo una routine perfetta, così come non siamo persone peggiori se abbiamo bisogno di adattarla. Siamo persone realistiche che cercano di fare spazio alla salute dentro vite non sempre ordinate.

Il tempo della cura, allora, è il tempo negoziato tra ciò che sarebbe bene fare e ciò che è possibile fare. Qui la medica/il medico propone, la/il paziente racconta, e insieme ci si adatta senza perdere senso; così, la responsabilità diventa concreta.

Quindi, le ventiquattro ore non sono uguali per tuttə. Riconoscerlo non significa trovare scuse ma smettere di confondere la cura con la performance.

Allora curarsi diventa un modo sostenibile per non abbandonarsi.

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Federica Osti - Dermatologa a Faenza
Federica Osti
Sono la Dottoressa Federica Osti, la tua dermatologa. Ti aiuto a riscoprire l’amore per la tua pelle. Fare la dermatologa per me è accompagnare, sostenere, informare, accogliere la persona e la sua famiglia in un percorso di cura che comprenda terapie e stili di vita.
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