L’illusione della giustizia nella malattia
Quando qualcosa ci colpisce all’improvviso, una delle prime domande che ci facciamo è: “Perché a me?”. Come se ci dovesse essere una ragione precisa, una giustizia universale che assegna a ciascuno di noi una dose di malattia, di sofferenza o di sfortuna basata su qualche principio logico.
Eppure, la malattia non segue alcun criterio morale. Non premia i “buoni” e non punisce i “cattivi”. Non arriva come conseguenza diretta di un’azione specifica, non è una punizione per qualcosa che abbiamo fatto o non fatto. E allora, se la giustizia non c’entra, se non si tratta di meriti o colpe, perché ci colpisce?
Forse la domanda giusta non è “Perché a me?”, ma “Perché non a me?”. Viviamo in un corpo, in un ambiente, in una serie di condizioni biologiche e sociali che ci rendono vulnerabili. Il nostro corpo non è una macchina perfetta, è un organismo che cambia, che si adatta e che a volte si ammala.
La falsa sicurezza della prevenzione assoluta
Viviamo in un’epoca in cui ci viene continuamente detto che possiamo controllare la nostra salute. Se mangiamo bene, facciamo esercizio fisico, dormiamo le giuste ore, evitiamo il sole, usiamo i prodotti giusti sulla pelle, allora staremo bene.
Questa è una narrazione comoda, che ci dà l’illusione di avere il controllo. Ma la realtà è che ci sono persone che hanno sempre fatto sport e hanno avuto un infarto, persone che non hanno mai fumato e hanno avuto un tumore al polmone, persone che si sono sempre protette dal sole e si sono trovate un melanoma in una parte del corpo dove il sole non arriva mai.
La prevenzione è importante, ma non è una garanzia assoluta. E quando succede qualcosa, non significa che abbiamo sbagliato. Significa solo che siamo esseri umani in un mondo complesso.
Il bisogno di trovare un colpevole
Il nostro cervello è programmato per cercare cause ed effetti. Se mi ammalo, deve esserci un motivo. E così nascono frasi come “se l’è voluta”, “guarda come ha vissuto, era ovvio che finisse così”, “eh ma fumava, ovvio che gli venisse un tumore”.
Ci raccontiamo queste cose perché ci fa sentire più al sicuro. Se io non fumo, se io non mi espongo al sole, se io faccio le cose giuste, allora a me non succederà. Ma la verità è che non esiste una correlazione diretta e perfetta tra il nostro comportamento e la malattia. Certo, ci sono fattori di rischio, ci sono abitudini che aumentano o diminuiscono le probabilità, ma nulla è certo.
E poi, se davvero la malattia fosse sempre colpa di chi si è comportato “male”, allora che colpe hanno i bambini che nascono con malattie gravi? Che colpe ha chi si ammala senza alcun fattore di rischio apparente?
Il peso del giudizio
Uno degli aspetti più pesanti della malattia è il giudizio. Il giudizio degli altri, ma anche quello che rivolgiamo a noi stessi.
Quando ci capita qualcosa, oltre alla sofferenza fisica, dobbiamo fare i conti con quello che ci dicono le persone attorno a noi: “Ma come? Proprio a te che sei sempre stata così attenta?” Oppure “Ma dai, non ti proteggi abbastanza, cosa ti aspettavi?”.
C’è chi si sente in dovere di commentare la nostra situazione, di cercare una spiegazione, di dirci che avremmo potuto evitarlo. E c’è chi, al contrario, ci tratta come se fossimo sfortunati, come se fossimo vittime di un destino crudele e ingiusto.
Tutto questo aggiunge un ulteriore peso. Perché la malattia diventa non solo un problema fisico, ma anche un problema identitario. Iniziamo a chiederci: sono stata incauta? Ho fatto qualcosa di sbagliato? Potevo evitarlo?
Accettare l’incertezza
La verità è che il corpo umano non è una macchina prevedibile. Possiamo fare tutto il possibile per prenderci cura di noi stessi, e comunque ammalarci. Possiamo non fare nulla di particolare e stare benissimo per tutta la vita.
Questo non significa che la prevenzione non abbia valore, ma significa che non possiamo ridurre tutto a un’equazione semplice di causa ed effetto.
Quando ci succede qualcosa, possiamo rimanere intrappolati nella domanda “Perché a me?” per anni, senza mai trovare una risposta soddisfacente. Oppure possiamo scegliere di accettare che il nostro corpo, come la nostra vita, è soggetto a variabili fuori dal nostro controllo. E che l’unica vera domanda che possiamo porci è: “Adesso, con questa cosa che mi è successa, come posso vivere al meglio?”.
Non c’è un senso nascosto in ogni malattia. Non c’è sempre una lezione da imparare o un errore da correggere. A volte, le cose accadono e basta.
Quello che possiamo fare è scegliere come affrontarle. Possiamo scegliere di non sentirci in colpa, di non cercare colpevoli, di non combattere una guerra contro noi stessi. Possiamo scegliere di prenderci cura di noi, nel modo che ci fa stare meglio, senza il peso del giudizio, senza l’ossessione della causa e dell’effetto.
E soprattutto, possiamo smettere di chiederci “Perché a me?” e iniziare a chiederci “Cosa posso fare ora per stare meglio, con quello che ho?”.
Se vuoi, parliamone, puoi scrivermi e se, come me, sei affascinato/a da questi aspetti della convivenza con la tua pelle e vuoi approfondirli, in particolare se la tua pelle al momento non sta “funzionando” al meglio delle sue possibilità, ti aspetto nelle prossime puntate di CUTE.


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