Vergogna: quella che ci portiamo addosso

28/03/2025
Federica Osti

C’è una vergogna che si vede e una che si sente.

C’è la vergogna che fa più rumore, fastidiosa, che si appiccica alla pelle, letteralmente,  e ci fa pensare che il nostro corpo, così com’è, non vada bene. 

Che sia troppo, o troppo poco. Che sia fuori standard. Che debba essere nascosto.

E c’è, poi, una vergogna più silenziosa, invisibile, insidiosa, che si insinua nel pensiero e cambia il modo in cui ci percepiamo, ci giudichiamo. 

Questa seconda, è la vergogna che ci fa abbassare lo sguardo nello studio medico, che ci fa preparare scuse prima ancora che qualcuno ci abbia chiesto qualcosa.

Ma cosa succede, esattamente, quando proviamo vergogna? E da dove arriva?

La vergogna non nasce da sola

La vergogna è una delle emozioni sociali più ataviche che esistano. Non ci arriva da dentro, non arriva da noi: ci viene insegnata. È lo sguardo dell’altrə che ce la imprime. O meglio: è l’idea interiorizzata, immaginata e temuta di quello sguardo.

Vergogna è sapere, o credere, che qualcosa di noi non sia adeguato, non sia accettabile, non sia degno. È il contrario della serenità. È l’urgenza di sparire.

E spesso, in ambito medico questa emozione si presenta non come un ospite occasionale, ma come una presenza costante. 

Perché la medicina, anche quando è empatica e attenta, si occupa di corpi. E i corpi, per molte persone, sono il luogo in cui si annida e cresce la vergogna.

Nella mia esperienza come dermatologa, osservo continuamente quanto la pelle non sia solo un organo. È un confine, ma anche una narrazione. Dice cose che a volte vorremmo tenere per noi.

Una dermatite, un’acne, una macchia, una cicatrice: tutto ciò che altera il “racconto previsto” del corpo sano, ordinato, curato, ci mette in crisi. E non solo perché può fare male, ma perché ci mette sotto gli occhi, nostri e delle altre persone, qualcosa che abbiamo imparato a considerare inaccettabile.

Vergogna e controllo

La nostra società celebra il controllo: sulla vita, sul tempo, sul corpo. Il mantra è chiaro: “se ti impegni abbastanza, puoi ottenere qualsiasi cosa”. E allora, quando il corpo si ammala, quando non risponde, quando la pelle si infiamma senza un motivo apparente… il messaggio che passa è che qualcosa di noi ha fallito.

“Non hai seguito abbastanza bene la terapia”. “Non hai mangiato abbastanza sano”. “Non hai creduto abbastanza nella guarigione”.

La vergogna prende posto in questi spazi: dove il dolore incontra l’impossibilità di confessare che non tutto si può controllare. Dove il corpo smette di corrispondere a quell’immagine “meritevole” che la società si aspetta.

La vergogna come solitudine sociale

C’è qualcosa di profondamente solitario nella vergogna. Non tanto perché ci isola (anche se spesso lo fa), ma perché ci fa credere di essere gli unici. 

Unici a provare imbarazzo per la propria pelle, unici ad avere paura di farsi vedere, unici a sentire il bisogno di coprirsi, giustificarsi, nascondersi.

Ma non è così. Se c’è un’emozione che accomuna, è proprio questa. La vergogna è collettiva, eppure riesce a farci sentire intimamente solə.

Il corpo che parla: il dolore dell’essere visibili

Esistono momenti in cui il corpo diventa impossibile da ignorare. Quando la pelle è infiammata, quando una condizione cronica peggiora, quando la terapia non ha gli effetti sperati.

In quei momenti, moltə pazienti raccontano non tanto la sofferenza fisica, ma il disagio emotivo: lo sguardo delle altre persone, il rifiuto, la paura di essere percepitə come “malatə”, “trascuratə”, “stranə”.

La pelle non ha il privilegio della discrezione: non possiamo rimuoverla, non possiamo “non mostrarla”. La vergogna, in questi casi, si fa esperienza quotidiana. E questo, alla lunga, cambia anche il modo in cui ci si prende cura di sé.

C’è chi abbandona i trattamenti. Chi si rassegna. Chi cerca soluzioni miracolose. Chi, pur di non mostrarsi, smette di vivere alcune parti della propria vita.

La vergogna sociale

Ma la vergogna non è solo una questione individuale. È sociale, è politica. Il corpo “che devia dalla norma” è sempre stato trattato con sospetto. Il corpo imperfetto, disordinato, non conforme è visto come fallimentare, e quindi colpevole.

Pensiamo alle pubblicità, ai social media, agli standard estetici, ma anche al modo in cui parliamo della salute, del benessere, della pelle. Il concetto di “problema” è onnipresente. Si parla di “imperfezioni da correggere”, di “trattamenti risolutivi”, di “pelli problematiche”.

E, invece, se iniziassimo a pensare che il problema non è il corpo, ma la narrazione che ne facciamo, il modo in cui lo raccontiamo?

Riconoscere la vergogna

Vergognarsi è umano. È una risposta adattiva che si attiva quando ci sentiamo espostə. Ma non tutto ciò che ci espone è sbagliato. Non tutto ciò che ci rende vulnerabili deve essere nascosto.

La sfida non è smettere di provare vergogna, questo sarebbe impossibile, ma riconoscere da dove viene questa emozione. Chi ce l’ha insegnata? Cosa rappresenta? E, soprattutto, possiamo imparare a distinguere la vergogna “sana” da quella tossica.

La vergogna che ci dice “copriti” perché c’è freddo, è protettiva. Quella che ci dice “copriti” perché la tua pelle non è all’altezza, è oppressiva.

È davvero liberatorio poter dire : “questa è la mia pelle”. Non perché dobbiamo esibirla, ma perché possiamo smettere di scusarci per lei.

Ogni volta che una paziente si scusa perché “non si è depilata”, perché “è arrivata con le mestruazioni”, perché “la sua pelle è in condizioni orribili”, vorrei solo rispondere: “non devi chiedere scusa per essere un corpo vivo”.

Non devi chiedere scusa per avere una storia scritta sulla pelle.

Un’altra medicina

Un’altra medicina è possibile: una medicina che non chiede perfezione. Che sa ascoltare anche la vergogna, ma non la alimenta. Una medicina che riconosce il peso dello stigma e cerca, ogni volta, di alleggerirlo, di creare uno spazio in cui il corpo possa mostrarsi senza paura.

È lì che accade qualcosa di potente. Quando, davanti a una diagnosi, a una lesione, a un sintomo visibile, la persona si sente guardata e non esaminata. Riconosciuta, e non giudicata.

La vergogna, come la pelle, ha bisogno di esprimersi. Non per farsi vedere da tutti, ma per non sentirsi sempre sbagliata.

E tu? In quale parte del tuo corpo abita la vergogna? Hai mai provato ad ascoltarla, senza giudicarla?

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Federica Osti - Dermatologa a Faenza
Federica Osti
Sono la Dottoressa Federica Osti, la tua dermatologa. Ti aiuto a riscoprire l’amore per la tua pelle. Fare la dermatologa per me è accompagnare, sostenere, informare, accogliere la persona e la sua famiglia in un percorso di cura che comprenda terapie e stili di vita.
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1 commento

  1. Sabatino mario Damiano

    Ho 50 anni e sono estrefatto di come abbia espresso un concetto forte come la vergogna, concetto che un uomo non riesce ad esplicitare. È riuscita a farmi esplicitare questa parola che soffro dentro da anni

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