La cura non è obbligatoria

28/01/2025
Federica Osti

Possiamo sicuramente dire che la cultura occidentale ha fatto della cura un imperativo. Se qualcosa nel nostro corpo si discosta dalla norma, se la pelle si segna, se un sintomo emerge, se una patologia viene diagnosticata, il primo impulso collettivo è la ricerca della soluzione, della riparazione, della correzione. Curarsi è percepito come l’unica possibilità razionale, la risposta di una persona responsabile, che tiene a sé stessa e agli altri. 

Eppure, non è così semplice.

Perché la frase “la cura non è obbligatoria” ci disturba?

La sola idea che qualcuno possa scegliere di non curarsi genera reazioni intense, a volte persino indignate. Perché? Perché fa vacillare una certezza profonda: quella che la salute sia un valore assoluto, indiscutibile, che vada preservato a ogni costo. 

La nostra società è permeata da un’idea quasi dogmatica della medicina e della scienza come strumenti che indicano la strada giusta da seguire, dove la malattia è un ostacolo da eliminare e il benessere è un dovere morale.

Chi rifiuta una cura, chi decide di non intervenire su un aspetto del proprio corpo che la medicina classifica come problematico, diventa immediatamente un’eccezione, qualcuno che deve giustificare la propria scelta.

Ma se la salute è un valore, non dovrebbe essere un valore personale? E se la cura è una possibilità, chi stabilisce quando questa possibilità deve diventare un obbligo?

Cura e autodeterminazione: chi decide cosa sia giusto per il nostro corpo?

La cura viene spesso raccontata come un diritto, ma nella pratica assume spesso i tratti di un dovere. Penso, per esempio, al modo in cui la società guarda con sospetto chi non segue le raccomandazioni sanitarie, chi non si sottopone a determinati trattamenti o chi sceglie di convivere con una condizione medica senza cercare di modificarla.

Una persona con una malattia cronica che decide di non seguire una terapia è vista come irresponsabile. Una persona che ha un disturbo dermatologico e non vuole trattarlo viene giudicata come trascurata. Una donna con alopecia che non usa parrucche o trattamenti per riavere i capelli si trova a dover rispondere a domande e commenti su una condizione che, di fatto, non dovrebbe richiedere alcuna giustificazione.

Eppure, l’autodeterminazione dovrebbe significare anche questo: poter scegliere se e come intervenire sul proprio corpo, senza che la propria scelta venga automaticamente percepita come un errore.

Il peso culturale della salute: perché il concetto di cura non è neutro

Il nostro rapporto con la salute e la malattia è profondamente influenzato dalla cultura in cui viviamo. In molte società occidentali, la salute è associata alla produttività, all’efficienza, all’aderenza a uno standard. Essere sani significa poter funzionare pienamente all’interno del sistema economico e sociale.

Non è un caso che la malattia venga spesso vissuta con senso di colpa: perché non mi sono curato prima? Perché non ho fatto prevenzione? Perché non sto facendo abbastanza per stare meglio? Questi interrogativi non sono neutrali, ma rispecchiano una narrazione più ampia, che vede il corpo come qualcosa da gestire, controllare e ottimizzare.

Eppure, c’è un aspetto che viene troppo spesso ignorato: la salute non è solo una questione di scelte individuali. Esistono malattie che non possono essere prevenute, esistono condizioni croniche che non hanno una cura definitiva, esistono situazioni in cui il percorso terapeutico è così faticoso e invasivo da diventare esso stesso una forma di sofferenza.

Quando la cura diventa oppressione

Alcune persone scelgono di non curarsi non per superficialità, ma perché il costo emotivo, fisico ed economico della cura supera i benefici che potrebbero ottenere. Perché un determinato percorso terapeutico implicherebbe un livello di stress, dolore o limitazioni che non sono disposte ad accettare. 

Perché la medicina può offrire soluzioni, ma non sempre quelle soluzioni sono compatibili con la vita che una persona desidera vivere.

Pensiamo alle persone con malattie della pelle, con patologie autoimmuni, con condizioni croniche che richiedono trattamenti continui: il carico della cura non è solo fisico, ma anche psicologico e sociale. 

La cura può essere un percorso di consapevolezza, di miglioramento della qualità della vita, ma può anche diventare una prigione, una continua rincorsa verso uno stato di salute ideale che forse non verrà mai raggiunto.

Verso una nuova etica della cura: tra scienza e libertà personale

Non si tratta di negare l’importanza della medicina o della ricerca, ma di chiederci fino a che punto la cura deve essere imposta o suggerita come obbligatoria. In un mondo ideale, la medicina dovrebbe fornire strumenti e informazioni, non dettare imperativi assoluti. 

Il compito delle/dei professionisti della salute dovrebbe essere quello di supportare, accompagnare, informare, ma senza far sentire chi sceglie diversamente come qualcuno che ha fallito.

La vera sfida è riconoscere che la salute non è un concetto universale e che ogni individuo ha il diritto di stabilire cosa sia prioritario per la propria esistenza. 

Perché ciò che è giusto per una/o non lo è necessariamente per una/un altra/o. E forse, il primo passo verso una nuova visione della cura è smettere di giudicare chi fa scelte diverse dalle nostre.

Cosa succede se lasciamo andare l’idea che curarsi sia sempre e comunque un dovere?

Forse, accettare che la cura non sia obbligatoria significa accettare che il controllo sulla nostra vita è più limitato di quanto vorremmo. Significa accettare l’incertezza, la vulnerabilità, la finitezza del corpo. 

Significa riconoscere che la salute, così come la malattia, è un percorso personale, che deve essere guidato dalla consapevolezza e dalla libertà di scelta, non dal giudizio e dalla coercizione.

E tu, come ti rapporti all’idea della cura? Ti sei mai chiestə se il tuo desiderio di curarti viene davvero da te o se è il riflesso di aspettative sociali e culturali? 

Questa è una domanda scomoda, ma forse è proprio la domanda giusta per iniziare a riflettere.

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Federica Osti - Dermatologa a Faenza
Federica Osti
Sono la Dottoressa Federica Osti, la tua dermatologa. Ti aiuto a riscoprire l’amore per la tua pelle. Fare la dermatologa per me è accompagnare, sostenere, informare, accogliere la persona e la sua famiglia in un percorso di cura che comprenda terapie e stili di vita.
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