TU NON SEI LA TUA MALATTIA

14/01/2025
Federica Osti

Spesso nella nostra società, tutto tende a essere semplificato, categorizzato e ridotto a definizioni immediate. 

Questa tendenza, pur essendo comoda e rassicurante, può diventare pericolosa quando si tratta di salute e identità personale. Le malattie, specie se croniche o visibili come quelle dermatologiche, rischiano di assumere un peso sproporzionato nella percezione di noi stessə. Ci definiscono e creano la nostra identità.

Ma tu non sei la tua malattia, e comprendere questo aspetto può trasformare radicalmente il rapporto con il proprio corpo, con le altre persone e con la vita stessa.

La trappola dell’identificazione con la malattia

Quando si vive con una malattia cronica o recidivante, può succedere che questa condizione occupi uno spazio sempre più centrale nella vita della/del paziente. 

Talvolta, siamo proprio noi mediche/medici ad utilizzare termini totalizzanti come “psorisiaco”, “acneico”, “obeso”, “iperteso”. Invece di dire, correttamente, “paziente affetto da psoriasi/acne, obesità, ecc”. Così, siamo le prime/i primi a non differenziare la persona dalla malattia e questa modalità di comunicazione in campo medico non fa altro che valorizzare il “sentirsi la propria malattia”.

Le pazienti/i pazienti ripropongono questo approccio e frasi come “sono acneico/a”, “sono psoriasico/a” o “ho sempre avuto problemi di pelle” diventano etichette che sembrano definire non solo il corpo della persona, ma anche la sua identità. 

Ma ridurre la propria persona a una condizione di salute è una semplificazione che può diventare opprimente.

Questa identificazione non è solo un problema individuale; è radicata in un contesto sociale che tende a giudicare le persone solo e soprattutto per ciò che è visibile. 

Una pelle sana è spesso associata a bellezza, ordine e successo, mentre una condizione cutanea visibile viene percepita come un simbolo di trascuratezza o fragilità. 

Questo giudizio esterno amplifica il rischio di interiorizzare un’immagine negativa di sé, rendendo difficile separare chi siamo dalla nostra condizione clinica.

Riconoscere la malattia senza lasciarsi definire

La pelle è molto più di un organo; è il nostro confine con il mondo, un elemento che comunica molto di chi siamo e di come stiamo (puoi approfondire questo tema QUI. )

È un veicolo di identità, ma anche un simbolo culturale. Nel corso della storia, la pelle è stata usata per classificare, giudicare e discriminare. Questo peso simbolico della pelle rende le malattie dermatologiche particolarmente cariche di significato dal punto di vista emotivo e sociale.

Quando la pelle manifesta una condizione, diventa un luogo di conflitto. Da un lato, ci mette di fronte a un disagio fisico; dall’altro, comunica qualcosa che spesso vorremmo nascondere. Questo doppio livello di vulnerabilità, fisica ed emotiva, rende il rapporto con la pelle e la malattia una questione complessa che va oltre il sintomo visibile.

Distinguere tra chi siamo e ciò che sperimentiamo non significa negare l’importanza della malattia o minimizzare il suo impatto. Al contrario, può essere un modo per accettarla come parte della nostra esperienza senza permetterle di occupare tutto lo spazio.

La malattia è reale e spesso difficile da gestire, ma non è l’unico aspetto della vita di una persona. Imparare a convivere con una condizione significa darle il giusto spazio: né troppo, né troppo poco. 

Significa accettare che la malattia può influenzare il nostro quotidiano, ma non deve definire la nostra identità. Questo equilibrio richiede un lavoro attivo di consapevolezza e di ristrutturazione del modo in cui vediamo noi stessə.

La sfida del confronto: la lotta contro lo stigma

Un aspetto cruciale nel processo di separazione tra sé e la malattia è la lotta contro lo stigma, sia quello esterno sia quello interno

La società tende a celebrare la perfezione estetica e la salute apparente, relegando tutto ciò che si discosta da questi standard in una zona di invisibilità o di vergogna. 

Le persone con condizioni visibili, come le malattie cutanee, si trovano spesso a dover affrontare sguardi indiscreti, commenti inappropriati o veri e propri atti di discriminazione.

Questo stigma non si limita all’esterno: spesso lo interiorizziamo, iniziando a vedere noi stessə attraverso il filtro del giudizio altrui. Il risultato è un senso di inadeguatezza e di isolamento che può essere più doloroso della malattia stessa. 

Superare questo stigma richiede una certa forza interiore, una decisione consapevole utile per andare oltre la superficie e riconoscere il proprio valore al di là delle apparenze.

Il ruolo delle emozioni nel rapporto con la malattia

Le emozioni sono parte integrante dell’esperienza della malattia, ma spesso vengono trascurate nel contesto medico tradizionale. Tuttavia, ignorare ciò che proviamo non fa che amplificare il peso della malattia. 

Rabbia, frustrazione, paura, vergogna: tutte queste emozioni sono valide e meritano di essere accolte e comprese.

La chiave è riconoscere che queste emozioni non sono un riflesso di chi siamo, ma una risposta alla nostra esperienza. Non c’è nulla di sbagliato nel sentirsi sopraffattə o scoraggiatə; ciò che conta è non lasciarsi intrappolare in queste emozioni. 

Accettarle come parte del processo di cura e guarigione è un passo importante verso la costruzione di una relazione più sana con sé stessə e con la propria condizione.

Un approccio collaborativo alla cura

Nel mio lavoro come dermatologa, ho imparato che la cura efficace non può limitarsi al trattamento dei sintomi fisici. 

È essenziale costruire una relazione di collaborazione con la/il paziente, in cui il suo vissuto, le sue emozioni e le sue esperienze siano parte integrante del processo terapeutico.

Questo approccio richiede empatia e ascolto attivo, ma anche la capacità di aiutare la/il paziente a distinguere tra la propria identità e la propria condizione. 

Non si tratta solo di curare la pelle, ma di sostenere la persona nella sua totalità, aiutandola a sviluppare una prospettiva più ampia e positiva su se stessa.

L’alleanza con la medica/il medico è fondamentale in questo processo ma è altrettanto importante intraprendere un percorso profondo e intimo di crescita e consapevolezza interiore.

Per facilitare la separazione della propria identità dalla malattia, mi capita di consigliare alcune semplici pratiche:

  1. Racconta la tua storia: scrivere o parlare della propria esperienza può aiutare a vederla e ri-valutarla da una prospettiva diversa. Ricorda di includere aspetti della tua vita che non riguardano la malattia.
  2. Focalizzati sui tuoi punti di forza: quali sono le tue qualità, i tuoi talenti e le tue passioni? Coltivarli ti aiuterà a riscoprire chi sei al di là della tua condizione.
  3. Circondati di persone che ti supportano: le relazioni positive possono fare una grande differenza. Valorizza i rapporti con chi ti vede e ti apprezza per la persona che sei.
  4. Impara a dialogare con te stessə: sviluppa un dialogo interno gentile e compassionevole. Quando ti trovi a identificarti con la malattia, ricorda a te stessə che sei molto più di ciò che stai attraversando.

La malattia può insegnare molto alle persone su di loro e sulla loro vita, ma non definisce chi sono. Ogni persona è unica, con una storia complessa e ricca di significati, e la sua identità va oltre qualsiasi condizione fisica.

Accogliere questa prospettiva può trasformare radicalmente il rapporto con se stessə, con gli altri individui e con il mondo. 

La pelle, come ogni altra parte di un individuo, è un aspetto della propria complessità, ma non è ciò che ci definisce. 

Ogni essere umano è molto di più, e merita di essere visto e apprezzato per tutto ciò che è.

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Federica Osti - Dermatologa a Faenza
Federica Osti
Sono la Dottoressa Federica Osti, la tua dermatologa. Ti aiuto a riscoprire l’amore per la tua pelle. Fare la dermatologa per me è accompagnare, sostenere, informare, accogliere la persona e la sua famiglia in un percorso di cura che comprenda terapie e stili di vita.
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